Cicloviaggio tra Molise e Abruzzo, il racconto del diario di bordo

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cicloviaggio sulla via dei sanniti

Paesaggi da sogno, terre ricche di storia, piste ciclabili. Tre amici raccontano un pezzo d’Italia da scoprire su due ruote

“Il mondo è un libro. Quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”. Se è vero quello che affermava Sant’Agostino, allora noi tre siamo dei gran lettori, che hanno scelto le due ruote come mezzo per viaggiare. Fernando Galasso, Nando per gli amici, molisano di nascita, è l’unico che si è già cimentato in ciclo-viaggi; l’inverno scorso ha pedalato controvento sulla Caretera Austral, in Patagonia. Adelmo Macchi ed io, Cristina Bellon, siamo esordienti. Nel senso che 300 chilometri in sette giorni non li abbiamo fatti mai, ma siamo pieni di entusiasmo e ci fidiamo di Nando, la nostra sapiente bussola.

Dove andare? “Vi porto in Molise, la mia terra, passando per l’Abruzzo” suggerisce Nando. Non ce lo siamo fatti ripetere. Borse in sella e si parte. La prima cosa da imparare è l’importanza dell’essenziale. Sulla bici anche mezzo chilo è di troppo.

Lasciamo Varese con un Pick-up e tre bici, all’alba del primo agosto. Dopo aver parcheggiato a Montesilvano Marina, pedaliamo sul lungo mare attraversando il Ponte del Mare, 466 metri sospesi nel vuoto. Una visita a Ortona e poi entriamo nella Riserva Naturale Controllata Punta dell’Acquabella. La prima notte dormiamo in tenda a San Vito Chietino. Siamo solo noi, la spiaggia di sassi e un trabucco abbandonato che si ravviva davanti al tramonto rosso fuoco. Poi il cielo diventa buio e si accendono le stelle. Nando ne vede cadere tre, come noi, forse è un segno. L’alba ci sveglia come una carezza calda e siamo di nuovo sulla ciclabile dei trabucchi, ammaliati dal blu cobalto del mare che scompare, a tratti, quando pedaliamo nelle gallerie. I trabucchi si susseguono, uno più bello dell’altro, finchè non arriviamo a Punta Aderci: la strada bianca tortuosa si dipana sulle colline, e poi giù a toccare il mare. Un’altra notte da trascorrere in spiaggia, questa volta a Vasto marina. Sta per piovere. Seduti sulla sabbia fine, assaporiamo il liquore locale, la “genzianella”, prima di ripararci sotto la tenda.

Il terzo giorno varchiamo i confini del Molise, con i suoi 26 chilometri che corrono sul mare sublime. Termoli ci seduce con il suo borgo medievale chiuso tra le mura. Il castello svevo. Le viuzze. E’ tutta un saliscendi, come gli altri paesi della regione.

Il giorno dopo, lasciamo il mare che ci ha dormito accanto, per entrare nel cuore del Sannio e scoprire un tesoro quasi sconosciuto. Visitiamo il teatro romano a Larino e poi la città romana di Sepino con le sue mura di cinta, i torrioni, il cardo, il decumano, il foro, le terme, il teatro. In un ottimo stato di conservazione. E non ci sembra vero che siti archeologici così preziosi siano gratuiti e senza nessun controllo. Sintomo di un potenziale turismo mal sfruttato. Oltre all’archeologia c’è la cultura della transumanza, il rito arcaico del trasporto stagionale del bestiame a valle d’inverno e in montagna d’estate. Qui si muovevano mandrie e greggi immense. E noi abbiamo la fortuna di vedere un gregge di capre che attraversa porta Boiano, insieme al pastore, un’anziana donna che non vuole farsi fotografare. Per la notte, ci fermiamo a Campobasso, sormontata dal suo castello e dalle sue chiese. I parenti di Nando ci prendono per la gola offrendoci una cena in uno dei migliori ristoranti della città.

Alle prime luci dell’aurora, si parte per Vinchiaturo fino ad arrivare a Boiano, alla sorgente del Biferno e alla “fabbrica di mozzarelle”. Prima di giungere a Macchiagodena, la città dei libri, ci aspetta una dura salita. Nella piazza del paese incontriamo il Sindaco, che ci dà buoni consigli dove pernottare. La nostra fatica è premiata da un succulento pranzo in un agriturismo, dove decidiamo di fermaci per la notte. Ma prima andiamo a Castelpetroso, a visitare l’imponente santuario della Madonna, apparsa a due piccole contadine nel 1888. Ci accompagnano in macchina i simpatici cugini di Nando. Beviamo l’acqua benedetta, sperando di ottenere qualche grazia e la forza per superare le salite.

Il sesto giorno è quello più duro, soprattutto per Adelmo che, oltre alle borse, ha anche un carrello al seguito. Dopo una breve sosta a Sant’Angelo in Grotte, dove San Michele arcangelo ha cacciato il demonio, scendiamo alle cascate di Carpinone e, risalendo, ci spostiamo sulla statale in direzione Pescolanciano. Fa un caldo infernale. Siamo gli unici pazzi che pedalano sotto la canicola. Il percorso è in salita, un “falso piano” che sembra non finire mai, fino a Pietra Abbondante. Qui, i resti delle fortificazioni sannitiche sul monte Saraceno ci circondano mentre echeggia la voce di un gruppo di attori, che alla sera avrebbero dovuto rappresentare “Agamennone”. Nel paese non ci sono né B&B né ristoranti. Ma come è possibile che in un luogo così magico nessuno abbia pensato all’ospitalità? Ci fermiamo a parlare con alcuni turisti, che condividono la nostra delusione. Forse questo aspetto contraddistingue il Molise come “una bella addormentata nel bosco”. Noi saremmo pronti a dare il “bacio del risveglio” all’assessore del Turismo.

Proseguiamo… ci attende ancora un tratto di salita. Ad ogni curva, il cuore sobbalza nella speranza di trovare la discesa verso Agnone. Finalmente arriviamo sul colmo della collina e allora giù la testa, scendiamo a valle in una corsa vertiginosa verso il viadotto Sente Longo, seguendo il Verrino. In cima a un promontorio sorge Agnone. E’ l’ultimo strappo. Possiamo farcela. Dopo quasi 70 chilometri in sella, 1.200 metri di dislivello, abbiamo fame. Ad Agnone, tutti i ristoranti sono overbooking. Ripieghiamo su una pizzeria, ma scegliamo l’agnello alla brace: è ottimo.

La mattina dopo ce la prendiamo comoda, ci aspettano 68 chilometri di discesa nel fondo valle (meno male), passando per Trivento fino ad arrivare a San Salvo. Nella piccola località, c’è vento ed è nuvoloso. Dormire in spiaggia, in tenda, non ci sembra una buona idea. Oltretutto, abbiamo bisogno di lavarci. Gli alberghi sono al completo. Chiediamo informazioni al proprietario di un ristorante. Ci propone di alloggiare in un suo nuovo appartamento. Siamo i primi ad inaugurarlo. Sul terrazzo che guarda il mare, c’è una vasca idromassaggio pluriposto con cromoterapia. Una chicca che arriva insieme al tramonto: è l’apoteosi.

Il giorno dopo, quando il sole è già alto, andiamo in spiaggia per un tuffo, ma non possiamo rinunciare all’ultimo idromassaggio. Un treno per Pescara ci attende. Appendiamo le bici nel vagone e ci rilassiamo un po’. Ultimo pranzo zen sul lungomare e poi 15 chilometri di piano fronte-spiaggia ci aspettano per arrivare a Montesilvano, il luogo dove abbiamo parcheggiato il pick-up. Dobbiamo fare in fretta perché sta per piovere. E’ festoso il ritorno al punto di partenza. Non ci resta che chiudere, a malincuore, il capitolo di questo viaggio:abbiamo percorso 300 chilometri di fatiche esaltanti e di esperienze umane piacevoli, un modo unico di fare turismo e di osservare quei territori che, sfrecciando a centoventi all’ora in auto, sfuggono alla vista e al cuore.

Di seguito il video del viaggio.

A cura di Cristina Bellon