Il film, in uscita nelle sale italiane il 5 marzo, nasce da una storia vera: la vicenda di Mamadou Traoré, lavoratore interinale senza documenti morto in un cantiere francese nel 2015, scomparso nel silenzio generale. Nessuno aveva notato la sua assenza, nonostante fosse presente da settimane. Un episodio che ha spinto Hata, da sempre attento ai temi sociali, a trasformare quella ferita collettiva in un racconto cinematografico teso, inquieto, senza tregua.
Presentato alla Biennale del Cinema di Venezia 2025, Grand Ciel è un thriller distopico che mette in scena la brutalità del capitalismo contemporaneo, dove gli operai diventano invisibili e la scelta quotidiana oscilla tra la tutela della salute e la paura di perdere il lavoro.
Per una paga migliore, Vincent accetta il turno di notte in un enorme distretto tecnologico in costruzione, ribattezzato Grand Ciel. Quando un operaio scompare nel nulla, lui e i colleghi sospettano che il caposquadra abbia nascosto il corpo da qualche parte nel cantiere. Ma quando anche un secondo lavoratore svanisce misteriosamente, Vincent inizia a percepire presenze e manifestazioni inquietanti.
Le sparizioni diventano metafora dell’alienazione, della cancellazione dell’identità, della precarietà che divora chi lavora ai margini. Hata unisce realtà e finzione con uno sguardo lucido, mai didascalico, capace di rendere visibile ciò che spesso non vogliamo vedere.
«Il cinema ha il potere di rendere visibile l’invisibile», afferma il regista. Ed è esattamente ciò che Grand Ciel riesce a fare.
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