Molise, Lembo su congedo di paternità

Regione Molise logoMOLISE – La Consigliera di Parità e Autorità per i diritti e le pari opportunità della Regione Molise Giuditta Lembo manifesta tutta la sua preoccupazione rispetto al rischio di mancato finanziamento, nella prossima Legge di Stabilità, del congedo di paternità.

“Infatti – precisa la Lembo – se non verrà rifinanziato, a partire dal primo gennaio 2019, i neo-papà non avranno neanche un giorno obbligatorio retribuito dall’INPS al 100% per stare con la propria figlia o il proprio figlio. Per questo motivo è stata lanciata on-line una petizione al fine non solo di rendere strutturale questa misura ma, anzi, rilanciarla proponendone l’estensione da 4 a 10 giorni.

Ci sono voluti anni di battaglie per ottenere riconosciuto il congedo di paternità, istituito dalle Legge n. 92 del 2012, successivamente ampliato da 2 a 4 giorni dalla Legge di bilancio 2017 fino a tutto il 2018. Si tratta di una misura di cui possono usufruire i padri lavoratori dipendenti entro il quinto mese di vita del figlio o figlia e i giorni di congedo possono coincidere anche con la maternità. A questi quattro giorni se ne può aggiungere un quinto facoltativo, fruibile però solo se la madre rinuncia a un giorno del suo congedo. Purtroppo – prosegue Giuditta Lembo – è evidente che il tema del congedo di paternità è sparito dall’agenda politica e dal dibattito pubblico e soprattutto è assente nella discussione della Legge di Bilancio.

La Ragioneria di Stato, circa un anno fa, ha calcolato che se tutti i padri lo utilizzassero, il congedo costerebbe alle casse dello Stato 10 milioni di euro al giorno e per estenderlo a 10 giorni, occorrerebbero 100 milioni. Da un primo monitoraggio sull’utilizzo del congedo di paternità è venuto alla luce che ad oggi, sono molto pochi i neo-papà che ne usufruiscono e ciò ci sorprende molto dato che si è trattata di una misura obbligatoria! Ma – precisa la Lembo – i motivi sono molteplici, perché, se da un lato si può certamente criticare la scarsa informazione, per cui molti neo-papà neanche sanno di avere questa opportunità, dall’altro c’è ancora una resistenza di natura culturale, per cui il congedo è qualcosa che riguarda ancora solo le mamme. Ma non si può non fare una tiratina di orecchie anche alla classe dirigente politica che ha sottovalutato il tema della conciliazione invece di considerarlo un tema cruciale per il benessere delle famiglie e quindi di tanti padri e madri lavoratrici.

Secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro gli uomini che utilizzano il congedo obbligatorio per stare con il proprio figlio: nel 2014 erano 67.664, nel 2015 72.630 e nel 2016 il numero era salito 91.136, numeri bassi che sono al di sotto del 20%, rispetto ad una platea molto maggiore di potenziali beneficiari e rispetto alle percentuali degli altri Paesi europei, e ciò a dimostrazione che il problema a conciliare lavoro – famiglia è reale e che se lo Stato italiano si adoperasse di più ad individuare misure a favore, si adopererebbe contemporaneamente anche a promuovere una nuova cultura della condivisione dei ruoli familiari. Il tema del congedo di paternità – conclude Giuditta Lembo- è un tema che riguarda l’uguaglianza sociale e la crescita di un Paese. Naturalmente, nel confronto uomo-donna il genere penalizzato è quello femminile: se pensiamo che per il settore economico si considerano ai fini della valutazione la composizione della forza lavoro, le differenze retributive e gli avanzamenti di carriera la spiegazione è presto data. Il problema è che studi complessi e articolati hanno dimostrato la stretta relazione fra l’uguaglianza di genere, il livello di competitività e produttività, e quindi il prodotto interno lordo e addirittura il livello di sviluppo umano.

In poche parole, se aumentasse il potere dato alle donne e dunque diminuisse la disuguaglianza di genere, migliorerebbe perfino la crescita economica del Paese. Più volte nel tempo ho rivolto il mio appello alle forze politiche regionali sull’importanza di offrire maggiori incentivi per l’occupazione femminile e nello stesso tempo offrire maggiore strumenti di conciliazione vita familiare – vita lavorativa attraverso l’utilizzo dei fondi comunitari, poiché laddove ciò è accaduto si è avuto un incremento della natalità. Nella programmazione regionale 2014-2020 sono state stanziate, ad esempio, risorse importanti per l’imprenditoria femminile che urge mettere in campo. Serve un reale cambiamento di sistema e questo segnale può partire anche dal basso ossia dalle realtà regionali, perché non sono i 4 giorni di congedo di paternità a cambiare le cose: ne servono di più e servono interventi stabili e un radicale cambio di rotta e sicuramente culturale, ma, perché ciò avvenga, occorre che soprattutto le donne riprendano a lottare e a rivendicare i propri diritti attraverso un dialogo trasversale con le varie forze politiche e che le donne impegnate in politica aprano un dibattito interno ai propri partiti ed esterno con i vari stakeholder perché, se è vero quello che è stato evidenziato nel “Global Gender Gap Index 2017” elaborato dal World Economic Forum, ossia che nel 2017 le pari opportunità in Italia sono regredite all’ 82esima posizione su 144 totali rispetto al 50esimo posto del 2016, ahimè, è urgente davvero un cambio di rotta!”.