Torna in libreria “Tiro al piccione” di Rimanelli

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CAMPOBASSO – Uno dei più tragici, violenti, sofferti romanzi di guerra del secondo Novecento torna in libreria. Giovedì 24 febbraio esce, edita da Rubbettino, una nuova edizione di “Tiro al piccione”, libro di esordio di Giose Rimanelli, scritto a 19 anni e pubblicato per la prima volta nel 1953.

Siamo nel 1943: Marco Laudato, alter ego dell’autore, abbandona il seminario e torna al paese molisano di origine dove anni di conflitto hanno lasciato solo povertà. I camion tedeschi che risalgono la penisola sono l’unica via di fuga verso qualcosa di nuovo, proprio quello che cerca un ragazzo di diciassette anni. Marco, senza avere alcuna coscienza politica, si ritrova in mezzo alla guerra civile che imperversa nell’Italia del Nord. È preso prigioniero prima dai tedeschi e poi dai fascisti, e finisce per arruolarsi nella Rsi per aver salva la vita.

La crudeltà e la violenza della trincea, il disprezzo degli uomini, l’insensatezza dei combattimenti, segnano il suo fermo rifiuto della guerra. Fugge quindi da un treno che lo avrebbe portato prigioniero degli americani in Africa. E ritorna al suo paese, ancora una volta. Marco è turbato dalla ferocia che ha vissuto, ma adesso è consapevole che la fedeltà agli ideali di patria e libertà non può coincidere con la brutalità delle armi. Dal Libro di Rimanelli fu tratto anche l’omonimo film di Giuliano Montaldo, uscito nel 1961 e presentato nella versione restaurata tre anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia.

Con la pubblicazione di “Tiro al Piccione”, Rubbettino avvia un’operazione editoriale dedicata a Rimanelli (nato a Casacalenda nel 1925 e morto negli Stati Uniti nel 2018) che porterà la casa editrice a pubblicare nei prossimi mesi anche “Peccato originale” e “Una posizione sociale”. Nella nuova edizione che uscirà giovedì l’introduzione del libro è curata dalla moglie di Rimanelli, Scheryl Lynn Postman. “Il libro, a mio parere, non è un libro politico – così Cesare Pavese scriveva a proposito di “Tiro al piccione” – non vi esiste il caso del fascista che si disgusta o converte; bensì il giovane traviato, preso nel gorgo del sangue, senza un’idea, che esce per miracolo, e allora comincia ad ascoltare altre voci. È una tesi notevole e tale da interessare tutto il mondo, non solo gli italiani”.