Tragedia di San Giuliano di Puglia, il ricordo di Battista

Il pensiero del primo cittadino di Campobasso 16 anni dopo: “La speranza è che la paura di fare passi avanti non fermi l’entusiasmo di tanti giovani”

Sindaco BattistaCAMPOBASSO – “Una memoria solenne ed istituzionale che non può non essere accompagnata anche da azioni concrete perché il ricordo, da solo, non è sufficiente per evitare tragedie evitabili. Commemorare chi non c’è più significa aprire la propria coscienza ed avviare un impegno civile e di civiltà che sono le uniche forme di sostegno morale per chi è rimasto, per chi continua a vivere, per chi deve costruire e ricostruire.

San Giuliano di Puglia 16 anni dopo. Sedici anni dopo la tragedia della Jovine rappresentano un tempo lunghissimo, eppure, mai come in quest’ultimo periodo, il tema delle scuole sicure è tornato alla ribalta nazionale, riempiendo le prime pagine di quotidiani e trovando spazio tra i titoli dei telegiornali e dei siti on line. Il caso ‘Campobasso’, con i 18 plessi chiusi in otto anni è diventato un esempio, una sorta di modello da seguire o dal quale (ri)partire per rinnovare un patrimonio di edilizia scolastica che in Italia, da Nord a Sud, è messo piuttosto male: gli istituti a norma non arrivano al 10%. Firmare tante ordinanze non è stato facile, anzi è stata una scelta sofferta, per certi versi pure impopolare perché qualche disagio l’ha creato, ma era l’unica che il mio senso di responsabilità mi ha permesso di seguire.

L’unica percorribile per garantire sicurezza ai nostri ragazzi e a quanti, docenti e non docenti, lavorano nel mondo dell’istruzione. Una responsabilità che ho sentito sulle mie spalle sia come amministratore, ma soprattutto come molisano perché nessuno di noi potrà mai dimenticare il 31 ottobre del 2002 che, così duramente, colpì la nostra provincia, messa in ginocchio da una terribile scossa di terremoto che concentrò la sua violenza a San Giuliano di Puglia. Alle 11,32, dopo un forte boato, la terra tremò e insieme alle case cominciarono a traballare molte delle nostre certezze. La paura era tanta. Non si sapeva cosa fare. Si aspettava un’altra forte scossa. Che arrivò il giorno dopo. A Campobasso c’era un via vai surreale. Mezz’ora dopo la scossa si diffuse la notizia del crollo della scuola in quel piccolo comune che diventò subito simbolo del terremoto. Nel capoluogo un’atmosfera apocalittica: gente in strada, ambulanze in giro per tutta la città, le sirene dei vigili del fuoco che si udivano, in lontananza, mentre partivano per San Giuliano di Puglia. Momenti terribili. Le voci si rincorrevano, ma non c’erano certezze se non quella di trovarsi davanti ad una tragedia.

La scuola di San Giuliano di Puglia si era sgretolata come fosse stata di sabbia e sotto le macerie c’erano i ragazzi e le maestre che fino ad un secondo prima festeggiavano Halloween. Intanto passavano le ore, c’era un clima di ghiaccio nonostante l’anomalo caldo di quell’anno. Le immagini di ciò che rimaneva della Jovine facevano già il giro del mondo. Si piangeva e si pregava. Madri e padri disperati e inconsolabili. Intere famiglie radunate attorno a quel cumulo di mattoni e travi di cemento ormai a pezzi. Si scavava anche con le mani, una corsa contro il tempo per salvare quanti più bimbi possibile. Forze dell’ordine, soccorritori e tanti, tanti volontari. Un’organizzazione perfetta alla quale ancora oggi vanno i miei ringraziamenti per l’efficienza, la celerità di intervento e l’umanità dimostrate il 31 ottobre e nei mesi a seguire. La furia del terremoto aveva sgretolato la Jovine e con essa erano state spezzate le vite di 27 bimbi e della loro maestra Carmela Ciniglio, morta mentre cercava di portare in salvo i suoi alunni. Una maestra mamma, una donna piena di coraggio che l’Italia non ha mai dimenticato, come non potremo mai dimenticare le parole cariche di dolore di un’altra madre coraggio, che il giorno dei funerali, a nome di quanti, come lei, avevano perso i figli, chiese che mai più accadessero simili tragedie. Il quadro era già delineato. Una tragedia legata alla sicurezza delle scuole.

Sicurezza che cominciò a diventare un’emergenza e a scalare la lista delle priorità delle amministrazioni. Da quel terribile 31 ottobre, ripeto, sono passati 16 anni. Sedici anni sono tanti e forse sarebbero stati sufficienti per mettere in sicurezza le strutture in cui si formano i nostri ragazzi. Qualcosa è stato fatto, ma c’è ancora tanto da fare perché per rimettere in sicurezza vecchi istituti o per ricostruirli servono tanti soldi che le amministrazioni non hanno. A Campobasso abbiamo inaugurato due nuove strutture e presto inizieranno i lavori della terza. Sulle scuole abbiamo investito e dirottato tutte le nostre risorse finanziarie e le nostre energie migliori nella speranza di poter garantire quella sicurezza che ragazzi, personale e genitori meritano di avere. È il nostro dovere di amministratori garantire la sicurezza, un dovere anche nei confronti di chi da quelle macerie è uscito vivo, e verso chi non c’è più. Verso quei 27 alunni che oggi sarebbero grandi. A loro, a quegli uomini e donne che il terremoto ha lasciato per sempre bambini va il mio omaggio, il mio ricordo, il mio abbraccio e la promessa di fare tutto il possibile per dotare Campobasso di istituti sicuri.

Mi auguro inoltre che il grido di dolore di quella madre disperata faccia ancora eco, che sproni le coscienze, che dia la giusta spinta agli amministratori a fare e a fare bene, perché solo così si diventa custodi ed interpreti di un sentire collettivo, e perché solo così si può onorare la morte di quei 27 angeli e della loro maestra. Questi 16 anni sono stati anni difficili per la popolazione di San Giuliano che ha dovuto ricostruire un’identità attorno a quella scuola che non c’è più. Anni difficili anche per le popolazioni di tanti altri comuni del cratere sismico che hanno perso la loro identità, che si sono via via spopolati. Anni difficili per gli amministratori che hanno dovuto fare i conti con un groviglio di situazioni complesse che di certo non hanno agevolato la ripartenza. Una ricostruzione lenta che ha messo a dura prova le fragilità personali e quelle di intere comunità.

E la maggiore difficoltà è stata proprio quella di ricreare un tessuto umano, di far rincontrare le persone, di riavvicinarle, di cercare di immergerle di nuovo nella loro cultura e nelle loro tradizioni mantenendo salde le loro origini. Un plauso va ai colleghi sindaci che tanto si sono impegnati e che tanto dovranno ancora lavorare affinché la ricostruzione, non solo quella urbanistica, possa dirsi davvero completata. La speranza è che la paura di fare passi avanti non fermi l’entusiasmo di tanti giovani, che ancora una volta sono la nostra speranza e il nostro futuro”.