Il film si apre con una famiglia – padre, madre e figlioletta – che viaggia di notte quando un cane finisce improvvisamente sotto le ruote dell’auto. Il danno al veicolo li costringe a una sosta forzata. Nello stesso luogo si aggira un uomo che tenta di non farsi notare: crede di aver riconosciuto nel conducente un agente dei servizi segreti che lo aveva torturato in carcere. Convinto di aver finalmente davanti il suo aguzzino, lo sequestra e arriva a un passo dal seppellirlo vivo, finché il dubbio di uno scambio di persona lo costringe a cercare conferme tra altri sopravvissuti alla brutalità del regime.
Panahi costruisce un ritratto realistico, umano e sorprendentemente ironico della società iraniana. Non è un film politico in senso stretto, né un manifesto contro il regime: è un’opera che colpisce perché racconta la violenza e la paura senza rabbia, scegliendo il registro della commedia per mostrare l’assurdità del potere.
Ambientato a Teheran e uscito nelle sale italiane nel novembre 2025, è il primo film che Jafar Panahi realizza da uomo libero. Negli ultimi quindici anni il regista è stato incarcerato due volte, una in isolamento. Dopo la liberazione dal carcere di Evin nel 2023, gli sono stati finalmente revocati i divieti di girare film e di viaggiare all’estero. Eppure, come da tradizione, anche questa opera è stata realizzata senza permesso governativo, per difendere la propria indipendenza artistica.
In vent’anni Panahi ha girato cinque lungometraggi clandestini, spesso con espedienti creativi che meriterebbero un film a sé. Tutti accolti con entusiasmo dalla critica internazionale. Tra questi, “Taxi Teheran”, Orso d’Oro a Berlino, girato interamente in un’auto con una videocamera nascosta nel cruscotto.
“Un Semplice Incidente” conferma ancora una volta la forza di un autore che non può essere piegato, e che continua a raccontare il suo Paese con coraggio, lucidità e una libertà che nessuna prigione è riuscita a spegnere.
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